L’importanza di chiamarsi Ernesto
Viviamo un tempo oscuro, si dice che siamo
prossimi alla fine del Kali yuga, le menti svaporano tra deliri di potere e
miraggi di criptovalute…e intanto le guerre si moltiplicano mentre le farfalle
impazzite di ormai vecchie teorie producono cataclismi a distanza e tzunami, ma
non sembra che tutto questo abbia delle conseguenze. Vengono solo spesi fiumi
di parole che confondono ulteriormente i poveri followers. Assistiamo ad un
brutto film che sembra non coinvolgerci. Siamo circondati da falsi profeti, ma
una cosa è certa: gli dei ci hanno abbandonato, se ne sono andati, disgustati
da quello che hanno creato. Non ci resta dunque che guardare in noi stessi,
siamo un granello di sabbia scosso dalla tormenta, cerchiamo rifugio nella
nostra identità, nella nostra storia, una radice alla quale aggrapparci e
quando arrivano le grandi ricorrenze siamo toccati da qualcosa che non
riconosciamo.
Questo sta pensando Ernesto mentre, per
sfuggire al freddo pomeriggio della vigilia di Natale, si trova di fronte al
caminetto acceso a studiare le fiamme che fanno brillare la stanza. Fuori
nevica da parecchie ore e lui solo soletto sta rannicchiato in poltrona, tra
sbalzi di umore, a fare svolazzi concentrici che mettono a dura prova la sua
fedele Peterson.
Da tempo vive in questa remota campagna che
ha eletto a buen retiro per sfuggire ad un’esistenza frenetica che più
non gli appartiene. Inizialmente entrare in quel mondo non è stato facile
perché la gente del posto diffidava degli estranei, ma poi, piano piano, la sua
presenza ha assunto un ruolo particolare in quella comunità, grazie anche ad
alcuni episodi che lo hanno fatto diventare una specie di mascotte: l’anziano
barbuto, sempre sorridente e pronto a fornire il consiglio che rasserena,
nonché testimone del mondo esterno, della Grande Città dalla quale proviene.
E ora è lì che ripensa ai Natali passati e ai
propositi fatti, ma che la sorte ha spesso vanificato, e lui lo sa bene. Ed
ecco che il suo almanaccare corre ad altri fuochi, i falò della sua giovinezza
e ad un tratto ha sulle labbra una frase di allora: we be of one blood, thou
and I, che gli riapre un mondo favoloso e il suo misterioso potere.
Fuori sta calando la sera, Ernesto si fa
sulla soglia, i fiocchi di neve si sono fatti più radi, la strada è percorsa da
un tappeto di cristalli che brillano alla luce dei lampioni, Ernesto solleva
una mano e ne afferra uno che sta vagando nell’aria gelida, e al breve contatto
si scioglie subito. Ma ecco che viene
distratto da una serie di voci e canti che si avvicinano rapidamente. Provengono da un gruppo di persone che
compaiono da una svolta e agitano delle torce, in mezzo a loro ci sono diversi
bambini saltellanti e gioiosi. Appena vedono Ernesto cominciano a corrergli
incontro e lo avvolgono nel loro entusiasmo, finché l’intero gruppo non sciama
raggiante in casa sua dove trova una
scena da sogno. Oltre ad un grande albero riccamente addobbato dai più svariati
ninnoli argentati, c’è una lunga tavola imbandita di prelibatezze in attesa di
essere assaggiate, il camino continua ad irradiare luce e calore, e
naturalmente in un angolo c’è una montagna di scatole variopinte che promettono
meraviglie. Adesso i più piccoli sono tutti appesi ad Ernesto lanciando le
richieste più improbabili, ma lui sorridente li invita a prendere posto e a
pazientare. E così, quando tutti i convenuti si sono stipati in quella grande stanza, Ernesto baloccandosi
un po’ con la sua pipa decide che è il momento di raccontare una storia. Prende
un vecchio libro rilegato dalla mensola e comincia a scorrere le pagine in cerca
di quella giusta, mentre i bambini silenziosi non hanno occhi che per lui, ma
improvvisamente cambia idea e decide di non leggere. Inizia così a raccontare:
̶ Era una notte tranquilla nella
giungla, e le stelle brillavano come diamanti nel cielo scuro. Mowgli, il
ragazzo della giungla, sedeva accanto al fuoco con i suoi amici animali: Baloo
l’orso, Bagheera la pantera e Kaa il serpente. Anche se non conoscevano il
Natale come gli uomini del villaggio, sentivano che quella notte era speciale.
Baloo, con la sua voce profonda e
rassicurante, iniziò a raccontare una storia che aveva sentito dagli uomini:
una storia di un bambino nato in una stalla, circondato da animali, che portava
pace e amore nel mondo. Mowgli ascoltava attentamente, affascinato da quella
storia di speranza e unità.
«Questa notte,» disse Baloo, «dobbiamo
ricordare che siamo tutti parte della stessa giungla, della stessa terra. We
be of one blood, thou and I.»
Gli animali annuirono, comprendendo il
significato profondo di quelle parole. Decisero di celebrare quella notte in
modo speciale. Bagheera, con la sua agilità, raccolse frutti e bacche dai rami
più alti degli alberi. Kaa, con la sua saggezza, raccontò storie antiche della
giungla, storie di amicizia e coraggio. E Baloo, con la sua forza, costruì un
grande fuoco per tenere tutti al caldo.
Mowgli, con il cuore pieno di gioia, cantò
una canzone che aveva imparato dagli uomini del villaggio. Gli animali si
unirono a lui, creando una melodia armoniosa che risuonava nella giungla. Anche
gli animali più timidi, come i cervi e gli uccelli, si avvicinarono per
ascoltare e partecipare alla celebrazione.
Quella notte, la giungla era un luogo di
pace e amore. Gli animali, grandi e piccoli, si sentivano uniti come mai prima
d’allora. Capirono che, nonostante le loro differenze, erano tutti parte della
stessa famiglia, della stessa giungla. E così, sotto le stelle scintillanti,
celebrarono il Natale, ricordando sempre le parole di Baloo: We be of one
blood, thou and I.
Per un istante il silenzio sembra avere la
meglio, ma ecco che Ernesto alzando le braccia esclama:
̶ Anche noi possiamo farlo, bambini! ̶ ormai preso dal suo ruolo di
Babbo Natale del villaggio.
Franco Basso